Leggende

La  leggenda più illustre, legata monte al Tagliaferro,  è quella del “rospo portentoso“.

Tratto da “In Valsesia” di Carlo Gallo, ed. Corradini, ristampa del 1984.

“… non sarà fuor di luogo ch’io loro esponga quanto di favoloso si va dicendo su questo monte, che forse, più d’ogni altro dell’intera Valsesia, è preso di mira per affibbiargli favole e leggende.
Ai due terzi d’altezza, il versante del monte Tagliaferro che guarda il Corno di Moud, ha una specie di strada che pare scolpita a furia di picconi o scalpelli nell’orrida parete, il che, secondo taluni, diede il nome al monte.

E’ questo uno scherzo di natura, perché quella strada non presenta scopo di sorta, avendo ai due capi orridi precipizi; ma la leggenda s’impadronì di essa, e la dice ora costruita dai Saraceni, ed ora dai Romani.

Altri poi vi dice (e tra questi è il Fassola, che nel secolo XVI scrisse una storia della Valsesia tutt’ora inedita) che per la val Piccola o val Sermenza, tornasse Gneo Silvio, proconsole romano, dalla Gallia dove aveva soggiogate certe popolazioni, e che memoria di tal fatto si avesse in una lapide scolpita nel monte Tagliaferro. Simile lapide non esistè giammai.

L’immaginazione popolare pensò bene di avvolgere questo monte nel meraviglioso. Secondo essa esiste in una parete scoscesa della montagna una caverna, scavata a forza di braccia, entro cui i Romani riponevano i tesori coi quali mantenevano gli eserciti in Gallia. Caduto in isfacelo l’impero romano, rimasero nella caverna molte ricchezze, le quali eccitarorno fortissimo desiderio di possederle in alcuni abitanti di Rima e paesi vicini. V’andarono, si caricarono di oggetti preziosi, e fecero per uscire dalla caverna, quand’eccoti presentarsi loro un rospo, il quale gonfiatosi rapidamente, venne tanto grosso da impedire loro l’uscita. I meschinelli gettarono via il fatto bottino, e allora il rospo si sgonfiò lasciando libero il passo.

Ma non solo gli audaci avevano eccitato l’ira del rospo, giacché per colpa loro erasi suscitato eziandio un furibondo temporale, che rovinò i pochi coltivi ed i prati della valle. D’allora in poi gli abitanti di Rima incolpavano dei temporali quei coraggiosi che andavano alla caverna, e suonando campana a stormo, s’armavano per costringerli a tornare indietro.

I vecchi della Val Piccola credono ancora oggigiorno al tesoro ed al “rospo portentoso”.

Non mancano a Rime leggende popolate di streghe, spiriti, folletti e animali diversi che riflettono tutto un mondo di favole nordiche.

 

Presso il ponte delle Quare saltuariamente stazionano porcellini rossi.
In certe notti i fantasmi danno spettacolo nei pascoli nei pressi di San Nicolao.

 

Rintanato al Pian Torbetto c’è Comparmagne, omino delle caverne che praticamente non si vede mai.
Famoso il Ghilomagne della Valmontasca: a Rima ci si ricorda ancora di un bambino in fasce, sparito una sera dalla culla in una casera dell’omonima alpe mentre i genitori erano nella stalla a mungere; cercato a lungo nella notte e alla fine ritrovato dentro un cespuglio sulla cascata del Maranc.
Ci sono orsi che hanno casa (Berenciocca) sul sentiero per Lanciole; c’è Ghilomagne, folletto dei burroni, che si diverte ad attirare nei precipizi i bambini.

 

 

C’è Tacchie, folletto non cattivo ma dispettoso: si diverte a far sparire la roba (quando non si trova qualcosa è stato lui), si diverte a legare tra loro i catenacci delle mucche nelle stalle e, per tenerlo lontano, bisogna infilare una falce, una meula arrugginita, tra le pietre del muro sopra la porta della stalla.

 

 

 

Valiciu Vibien, la streghina del Valicio, di cui si dà per certa l’esistenza ma non se ne conoscono le gesta.

Cattiva di certo è invece Hecza, strega attiva dalle parti della Chiaffera: chissà che non sia lei, ogni inverno, a dare la spinta decisiva alla rovinosa omonima valanga.